Il caffè nella Bella Napoli; storia, segreti, riti e tradizioni

Il primo partenopeo, benché d’adozione, a conoscere cosa fosse il caffè fu Retro Della Valle, musicologo, dotto e spericolato viandante.

Nato da una aristocratica di nota famiglia romana, poco più che ventenne lasciò Roma dopo una delusione amorosa, e se andò in giro per l’Italia finché «allettato dalle delizie di Napoli» fissò stabile residenza in questa città.

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Anima inquieta, nel 1614 si arrecò come pellegrino in Terrasanta, i fini del suo viaggio oltre che relativi alla religione, erano formativi , culturali e per certi lati anche politici.

Egli sostò in Oriente ben dodici anni, visitando in lungo e in largo i territori più importanti dove gli capitarono vicende straordinarie, tra l’altro, dimenticato quel suo primo infelice amore, si innamorò ardentemente di una ragazza georgiana di eccezionale bellezza ed in breve la prese in moglie.

Della Valle riferì con dovizia di particolari tutto ciò che gli capitava e che gli pareva degno di nota in cinquantaquattro lettere inviate all’amico napoletano Mario Schipano, medico, professore nell’Università di Napoli, ma anche grecista poeta, conoscitore dell’arabo, accademico degli Oziosi e forse dei Lincei.

 

Da Costantinopoli Della Valle inviò molte notizie sul caffè.

Riferì che i musulmani utilizzavano berlo durante il Ramadam, mese nel quale digiunavano dall’alba al tramonto, ma giunta la notte si recavano in locali pubblici dove mangiavano e bevevano a sazietà; qui poi tra musiche, danze e trucchi di giocolieri trascorrevano tutto il resto della notte sorseggiando in scodelline di porcellana una bevanda nera bollente detta cahve, sicché quei locali erano chiamati «case di cahve».

Della Valle, completamente astemio, decantava gli gustosi sciroppi e giulebbi turchi, ma poi ricompariva nuovamente a scrivere del caffè, di come i Turchi fossero soliti berlo in estate per rinfrescarsi e d’inverno al contrario per riscaldarsi; sorbendolo a piccoli sorsi sempre bollente, lontano dai pasti per «delizia e trattenimento» ogni volta che si raccoglievano in conversazione.

In tutte le loro assemblee ce n’era sempre una cuccuma piena sul fuoco da cui di continuo i servi attingevano per riempire le scodelline, sostituendo prontamente le vuote, ed insieme al caffè erano offerti anche «semi di melloni da passare il tempo».

 

Dubbi e indecisioni ancora adesso perdurano sul come e sul quando il caffè sia giunto e si sia diffuso in Europa, in Italia.

In effetti se le testimonianze di Pietro Della Valle costituiscono un punto fermo ben collocabile nel tempo, sta di fatto che di caffè già si parlava in alcuni versi del Flos Medicinae Scholae Salerni, il più noto fra tutti i testi conosciuti della famosa Scuola Medica Salernitana, segnalato in origine come Regimen sanitatis salernitanum e consistente in una raccolta di versi ed aforismi latini tramandata a lungo oralmente. Il più antico ammirabile manoscritto risale al primo decennio del XIV secolo, in seguito il testo fu esteso in tempi diversi con appendici ed modifiche, ed i 382 versi originari diventarono oltre 2130 verso la metà del secolo successivo.

Ebbene nel Flos il caffè è citato distintamente due volte, la prima in un verso dove discutendo sull’ordine delle pietanze da servire per il pranzo si consigliava di iniziare con le focacce e di concludere con il caffè. Una intera quartina più avanti è riservata all’ esposizione delle proprietà medicamentose della bevanda che incoerentemente «impedisce e concilia il sonno», allevia il mal di testa, giova allo stomaco, aumenta la diuresi ed agevola la mestruazione; si raccomanda però che i semi siano scelti, sani e giustamente tostati.

È probabile che i versi relativi il caffè siano falsi, ma è anche possibile che il caffè fosse noto ai medici salernitani se non altro per sentito dire.

Ai tempi delle Crociate infatti il Mezzogiorno d’Italia era paese di passaggio per pellegrini e crociati diretti verso la Terrasanta o di rimpatrio da essa; principi, nobili, ed anche sovrani meridionali, intervenendo attivamente alle crociate, erano certamente venuti a contatto con usanze e prodotti orientali.

I canali commerciali instauratisi all’epoca delle crociate con il mondo arabo durarono ed infatti a Salerno, sede della più importante fiera del Sud, era possibile trovare qualsiasi mercanzia esotica o rara di cui si fosse sentito parlare.

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Era questa la condizione quando nel 1794 il noto gastronomo napoletano Vincenzo Corrado, autore del ricettario Il cuoco galante nel tentativo di divulgare l’uso del caffè e di portarlo alla stessa popolarità della cioccolata, scrisse un piccolo trattato La Manovra della Cioccolata e del Caffè.

Don Nicola Valletta, oltre che professore di leggi nella Regia Università di Napoli, è stato un personaggio leggendario, uno dei mostri sacri della napoletanità, che beneficiò di grande popolarità per la sua indiscussa esperienza sulla jettatura, da lui alzata al rango di scienza.

Sorge il sospetto che a Napoli turbinasse la voce che il caffè portasse male, scuro veicolo di jettatura e fosse quindi appropriato tirare in ballo una siffatta personalità per frenare superstizioni e sinistre dicerie e per assolverlo dalla pesante accusa.

La cattiva nomea potrebbe essersi diffusa perché il caffè è un liquido nero, il colore del lutto, ed ingerirlo avrebbe potuto attirare momenti tragici; inoltre proprio perché scuro e amaro, il caffè doveva apparire come il veicolo ideale per propinare filtri o fatture senza essere scoperti.

Un aneddoto riportato da Stendhal in Roma, Napoli, Firenze conferma che solo tre anni dopo la morte di Valletta il caffè era considerato a Napoli un valido antidoto contro la jettatura.

Finalmente nell’Ottocento il nero infuso si diffuse, anzi dilagò a Napoli. Comparve nelle strade il Caffettiere ambulante, provvisto di due «tremmoni» (contenitori) uno pieno di caffè, l’altro di latte, e di un cesto con tazze e zucchero. Quando l’oscurità notturna non si era ancora del tutto diradata, nel silenzio dei vicoli ancora insonnoliti faceva eco una voce invitante: «’O latte te l’aggio fatto roce roce. ‘O caffettiere cammina Nicò».

Bibliografia:

Lejla Mancusi Sorrenti Tratto da: “Il Caffè. Segreti, Riti, Tradizioni” – Ed. Pierro, 1997

Alla prossima,

Tatiana

Un commento Aggiungi il tuo

  1. tachimio ha detto:

    Splendido post cara Tatiana. Brava. Isabella

    Mi piace

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