L’antico Qahwa : le mille e una notte del caffè…

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Da Kaldi, il ragazzo etiope che rimase confuso dalle sue capre impazzite, al caffè degli arabi, bevanda discussa al centro di una disputa islamica.

Tra le varie leggende etiopi e arabe sulla scoperta del caffè, la più avvincente racconta di capre danzanti.

Un pastore di nome Kaldi, poeta per natura, amava seguire sentieri tortuosi dei fianchi delle colline battuti dalle sue capre alla ricerca del cibo.

Il lavoro non era pesante cosi era libero di comporre canzoni e suonare il flauto. Tutti i pomeriggi, ad una certa ora, egli emetteva con il suo flauto una speciale nota acuta, a quel punto le capre smettevano di mangiare e lo seguivano sulla via del ritorno.

Un pomeriggio non risposero al richiamo.

Kaldi suonò il flauto una seconda volta e non vedendole arrivare, si tormentò. Sali più in alto per vedere meglio e si accorse che le capre erano più lontane e si avvicinò. Vide le capre eccitate, che saltavano e cozzavano l’una contro l’altra e si montavano vicendevolmente. Senza fiato per lo spavento, pensò che si trattasse di un stregoneria. Considerava anche la possibilità che sarebbero potute morire tutte. Si accostò. Si accorse che avevano in bocca le foglie di una pianta verde e bacche rosse. Attese qualche ora, vide  le capre più calme e  gli fu possibile riportarle a casa.

Il giorno successivo tornarono nello stesso posto e Kaldi, incuriosito, decise di imitarle. Inizio assaggiando le foglie verdi per poi passare alle bacche. Ebbe fin da subito un formicolio degli arti e dello stomaco per poi passare a stati di euforia e buonumore. Fortemente esaltato si alzò e inizio a saltare e a suonare il flauto.

Kaldi raccontò a suo padre la sua esperienza e ben presto la storia si dipanò in tutta l’Etiopia.

Una volta che gli etiopi scoprirono il caffè, non passò molto tempo prima che la bevanda si diffondesse in mano agli arabi, raggiungendo l’altra sponda del Mar Rosso. Gli arabi si appassionarono molto a questa bevanda e lo utilizzavano proprio come un infuso stimolante.

Quando Rasis, un medico arabo, accennò per la prima volta al caffè in una stampa del decimo secolo, la sua coltivazione era già forse già praticata da diversi anni, e veniva assunto sottoforma di infuso leggero

Secondo una diffusa diceria il profeta Maometto un giorno disse che, sotto l’effetto invigorente del caffè, disarcionò in battaglia ben quaranta cavalieri e rese felici sul talamo addirittura quaranta donne.

Meno nota la leggenda su Maometto nella quale si narra che un giorno in cui il Profeta si sentiva malissimo l’Arcangelo Gabriele gli venne in soccorso portandogli una pozione inviatagli direttamente da Allah. La bevanda era scura come la Sacra Pietra Nera della Mecca, comunemente chiamata “qawha”. Maometto la bevve, si rianimò di colpo e ripartì per grandi imprese per guerre e per donne.

Inizialmente i monaci arabi sufi assumevano caffè perché permetteva loro di restare svegli più facilmente durante le preghiere della mezzanotte. Se per un periodo di tempo il caffè era considerato una sorta di medicina o un aiuto che consentiva di adempiere alle funzioni religiose, pian piano le persone più abbienti, nelle proprie abitazioni, avevano una stanza del caffè riservata esclusivamente alla cerimonia della bevanda. Per coloro che non avevano possibilità economiche cominciarono a sorgere le prime sale da caffè chiamate Kaveh Kanes. Nel XV secolo i pellegrini musulmani avevano contribuito al diffondere il caffè in tutto il mondo islamico compreso Persia, Egitto, Turchia e Africa settentrionale, facendone una remunerativa merce di scambio.

Nonostante ciò, c’è stato un periodo che ha visto il caffè bandito dal mondo islamico. Quando Khair Beg, il governatore della Mecca, venne a conoscenza che nelle sale da caffè venivano scritti versi satirici contro di lui, decise di proibire la bevanda, cosi com’era proibito il vino nel Corano. Tutte le sale da caffè della Mecca vennero chiuse a forza nel 1511.  Il divieto durò solamente fino a quando il sultano del Cairo, consumatore accanito di caffè, venne a sapere dell’accaduto e abolì l’editto.

Ma altri capi religiosi arabi – nel corso del 1500- lo denigravano. Il gran Visir di Costantinopoli fece chiudere tutte le sale da caffè con la motivazione che era troppo stimolante. Chi veniva trovato a bere caffè veniva inizialmente punito con delle bastonate e poi, se colto una seconda volta sul fatto, veniva rinchiuso in sacchi di pelle gettato nel Bosforo.

Ad ogni modo tutti continuavano a bere il caffè in segreto.

E’ difficile concepire- perché nel nostro immaginario gli arabi consumano caffè dalla mattina alla sera- che il caffè che oggi degustiamo è stato, nel mondo islamico classico, al centro di una disputa pari a quella sulle nostre sostanze stupefacenti, con tanto di scontri tra Governatori della Mecca e Sultani Egiziani.

E’ lecito chiedersi il perché.

Si erano accorti che questa bevanda poteva alterare il complesso psicofisico del consumatore e quindi inclusero il caffè nella categoria designata dal diritto islamico come Khamr e cioè “inebriante” o “intossicante”, in base alla quale era stabilita l’assoluta illiceità del vino e di ogni bevanda fermentata, e dell’hashish e dei suoi derivati, anche se non con la stessa valenza giuridica.

Effettivamente nel Corano mancano delle sure in cui viene menzionato il caffè e quindi il problema poteva diventare di difficile risoluzione non essendoci una vera e propria prescrizione al riguardo da parte di Dio o del suo profeta.

Sulla base di questa incertezza la soluzione adottata fu quella di dichiarare la legittimità della bevanda in se stessa ma di proibire l’uso associato a comportamenti e stili equivoci.

Intervennero anche molti intellettuali, scrittori e trattisti arabi come Mohamed Al Jaziri sceicco-che nel 1500 scrisse “Le prove a favore della legittimità dell’uso del caffè”, che riporta le numerose dispute e violenze al proposito del caffè dove appunto sia alla Mecca che al Cairo la vendita del caffè era stata proibita per un certo periodo di tempo. Qui sotto potete leggerne un estratto dal libro I  (tratto dal libro scritto da Zanello , Caffeina mon Amour, edito da Coniglio, Roma) :

“Quello che si chiama caffè (qahwa) è un prodotto estratto dalla sola scorza tostata del bunn – nome con cui viene indicato il frutto della pianta da cui si ottiene il caffè– o dalla scorza dei semi, detto anche grani. La parola araba che corrisponde a “tostato” è modjahham, termine che è sinonimo di “cotto” o “arrostito”in padella.

Il procedimento di preparazione è semplice: si tratta di mettere nell’acqua soltanto la scorza o la scorza con i semi- il tutto precedentemente tostato e ridotto in polvere- e far bollire il miscuglio finché l’acqua non si sia caricata dei principi del vegetale.

Coloro che lo considerano lecito ne parlano come di una bevanda molto pura, garante di una condotta sana e di gaiezza, che facilità il canto delle lodi di Dio e gli esercizi di devozione per chiunque voglia intraprenderli.

Al contrario, coloro che la considerano da proibire non hanno alcun ritegno ad attribuirgli mali di ogni tipo, e nel censurare le persone che ne fanno utilizzo. Sono stati pubblicati sulla questione, da entrambe le parti, un gran numero di scritti e di decisioni giuridiche, e gli avversari del caffè hanno assunto toni così intransigenti da considerarlo pari al vino, assimilarlo a questo liquore e comprenderlo sotto le medesime prescrizioni. Essi hanno attribuito al caffè proprietà molto nocive per l’anima e il corpo, e sostenuto una miriade di altre illazioni di tono simile e piene di parzialità, che hanno dato volentieri occasione a querele e risse.

Gli avversari del caffè sono arrivati addirittura a dire che, il giorno della Resurrezione, coloro che ne fanno uso sarebbero apparsi con il viso più nero del fondo dei recipienti nel quale si prepara.

Oltre a descrivere le inaudite proibizioni, questi intellettuali tendevano a lodare il caffè o comunque a togliere dubbi negativi al riguardo. Esso veniva descritto come una bevanda che è andava a sostituire gli infusi di qat ottenuti con la foglia di Catha Edulis, una pianta che contiene una sostanza psicoattiva che da tale foglia viene estratta.   Sempre Mohamed Al Jaziri  nella stessa opera scrive:

“ Da queste testimonianze- l’autore si riferisce a Ali ibn Omar Shadili e Nasr al Din ibn Maylaq, storicamente esistiti e vissuti tra il 650 e il 730 dell’Egira, ovvero fra il 1250 e l’inizio del 1300 dell’era cristiana- si evince che in epoche precedenti si utilizzava, per fare il caffè, un altro tipo di sostanza vegetale chiamata qafta, che non è altro che la foglia conosciuta sotto il nome di qat, e non il bunn né la sua scorza. L’uso di questa bevanda si comunicò sotto traccia e via via arrivò sino ad Aden. Ma accadde, proprio ai tempi dello sceicco al- Dhabhani di cui si è detto, che la sostanza chiamata qafta venne improvvisamente a mancare in questa città. Dhabhani disse allora a quelli che lo seguivano come discepoli che il bunn altrettanto cacciava il sonno, e li invitò a provarlo con lui. Essi provarono, e fu accertato che effettivamente produceva questo effetto, e che tra l’altro richiedeva poca spesa e poca fatica. Cosi, da allora, l’uso del caffè si è sempre più perpetuato.”

La pianta di Catha Edulis è tutt’ora presente in Etiopia; si masticano le foglie, si forma un bolo e lo si lascia macerare in bocca. Esse, pian piano rilasciano la sostanza che dona euforia, serenità e energia.

Molti studiosi del Corano che si riunivano in preghiera facevano uso di qat e caffè per rimanere svegli e facilitare la veglia notturna . L’attuale politica degli stati islamici è di intransigente contrasto al consumo di qat cosi come per l’Organizzazione Mondiale della Sanità, classificata dal 1980 tra le droghe pericolose.

Parecchio in ritardo rispetto agli arabi, ma in tempo per farne un’istituzione, anche gli europei si appassionarono al caffè. Pare che papa Clemente VII, morto nel 1605, abbia assaggiato la bevanda dei musulmani su richiesta dei suoi sacerdoti i quali gli chiedevano di proibirne il consumo. Esclamò:

“…perbacco! Questo infuso di satana è cosi delizioso, che sarebbe un peccato lasciare che solo gli infedeli ne possano far uso. Noi ci befferemo di satana benedicendolo e facendone una bevanda veramente cristiana….”

 

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Approfondimento :

Il caffè bollito turco è sicuramente il metodo più antico. I chicchi del caffè vengono macinati pazientemente e solo nelle dosi effettivamente consumate; in genere un cucchiaio per tazza più uno. Per ottenerlo si utilizza l’ibrik, un recipiente alto di rame stagnato. All’interno si pone la polvere finissima di caffè, lo zucchero e l’acqua fredda e si porta ad ebollizione. Si toglie dal fuoco, si pone a riposo per alcuni minuti fino a far smontare la schiuma che si è formata e poi si rimette sul fuoco per riportarlo ad ebollizione. Il caffè alla turca non si mescola: bisogna sorbirlo lentamente, altrimenti il macinato che si depone sul fondo ritorna a galla. E’ un caffè aromatico e intenso, molto forte dovuto ad una totale estrazione della caffeina.

 

Bibliografia:

Pendergrast M. (2010), Storia del Caffè, Odoya, Bologna.

Zanello F.(2008), Caffeina mon Amour, Coniglio Editore, Roma.

Semino P.(2010), Sua Maestà il Caffè, Avaliardi, Milano.

Linardi M., Maltoni E., Terzi M. (2005), Il libro completo del caffè, Istituto geografico De Agostini, Novara.

Alla prossima,

Tatiana

4 commenti Aggiungi il tuo

  1. charlesvas ha detto:

    Sublime spiegazione!

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    1. tatianakepos ha detto:

      Grazie infinite 💟

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  2. fitoterapiapratica ha detto:

    Davvero interessante, non ne sapevo nulla! Carina la leggenda delle capre e molto esaustiva la spiegazione sul “proibizionismo”! Grazie!

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  3. tatianakepos ha detto:

    Grazie del prezioso commento! Mi fa tanto piacere 😊

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